L'esperienza di mettersi in gioco...

Di fronte a tante cose che non vanno come dovrebbero, ad una crisi di valori, di capacità di tenere in piedi relazioni di qualsiasi natura, di fronte ad un mondo intero da scoprire e alle possibilità che ti si potrebbero aprire davanti… di fronte a tutto questo, restare in un paese piccolissimo come Gorfigliano è davvero un atto rivoluzionario, un gesto di coraggio? O è solo l’ennesimo modo per non rischiare di cambiare lo stato delle cose, in cui, bene o male ci siamo abituati a vivere?

Ho un paio di amici che hanno deciso di andare, di provarci. Per molti però andare fa rima con rinunciare. Rinunciare al proprio paese, alla propria famiglia, rassegnarsi e scappare da qualcosa che non sopportiamo più. Quando il vero coraggio sarebbe restare e combattere per cambiarlo questo qualcosa. Probabilmente hanno ragione entrambi, ma io credo che il vero coraggio stia nella scelta. Qualunque essa sia. Che la cosa più importante è non rimanere fermi. 

Nell'estate di ormai due anni fa ho deciso di non restare fermo e accettare la proposta di lavoro estivo come receptionist in un Hotel da 5 stelle a Valencia, tale Hotel Bali. In molti mi hanno additato come pazzo, ma il mondo, le lingue e le culture, si scoprono vivendole in prima persona, a differenza di quanto dicono certi personaggi che sponsorizzano applicazioni miracolose in grado di farti imparare il coreano in 3 settimane. 

È stato un ricominciare da capo, vivere da solo, farsi nuovi amici, nuova vita. Un percorso che ha avuto alti e bassi. Un percorso che mi ha portato a conoscere l'affabilità di un popolo accogliente e amichevole. Dalle serate in piazza a raccontarci le nostre vite, i pomeriggi sui go kart o in spiaggia, gli aiuti che ci siamo dati tra colleghi di lavoro e anche quelle volte in cui, dietro il bancone, discutevamo di sport e di calciomercato, dando per certo (e ovviamente sbagliando) il fatto che Cristiano Ronaldo alla fine si, "seguro que se queda" (sicuramente rimarrà). Baristi e bariste capaci di intrattenerti per ore, cuochi di simpatia travolgente, ma anche cameriere che hanno candidamente ammesso che lavoravano li solamente perché erano ben pagate. Ho trovato una città multiculturale dove lo spagnolo è stata la lingua che ho usato solamente nel 70% dei casi, dato che molto spesso mi sono ritrovato ad accomodare le richieste di clienti proventi dal Galles o a bere una birra in centro con ragazzi irlandesi. Persone con le quali ho chiacchierato, bevuto, fatto gite, cenato. Gente con cui mantengo i rapporti tutt'oggi. Ho trovato una città attaccata alla propria storia ma proiettata nel futuro, con la zona contemporanea che sta vivendo un grande momento di espansione. Ho visto una città sportiva, sede di affermati club di calcio e basket, nella quale un campo da calcetto con due canestri sbucava spesso quando ci si affacciava agli angoli delle strade. 

Non sono mancati nei 4 lunghi mesi, i giorni in cui avrei preso molto volentieri posto su un aereo di ritorno. Ho subito un furto, mi sono imbattuto in persone intenzionate a truffare l'albergo, ho conosciuto la maleducazione che il denaro molto spesso porta con sé. Non sono mancate le situazioni in cui era richiesto di "sgobbare" su e giù per i 45 piani della struttura a controllare stanze, consegnare servizi in camera, accompagnare alle suite. A volte è stato persino difficile capirsi tra colleghi, dato che il processo di apprendimento di una lingua non ha virtualmente fine. Ma il modo in cui sono tornato è stato ricco di insegnamenti e avventure, col cuore pieno e la bocca ancora impastata di Spagna, consapevole di aver fatta mia una piccolissima fetta di questo pianeta e un gran bel pezzo di torta di esperienze di vita.

Michele Ferri

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