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Le castagne (M. Assunta Torre)

 Con il viso appiccicato al vetro della finestra guardavo scendere la neve. A quei tempi ne cadeva tanta, se ne misurava anche un metro e ottanta!

Tutto era bianco intorno, ma l'Inverno si preannunciava nero.

Ascoltavo i grandi parlare... di scrigni, di baiocchi e, vedendo la nonna che quatta quatta scendeva nel cigliero, pensavo che lì ci fosse un tesoro.

Ma, curiosando dal buco della serratura, ho visto la nonna che prendeva da una grande cassa la farina di castagne.

Sono stata scoperta e lei mi ha detto: "Entra, sto preparando per fare la polenta".

Le chiedo allora: "Ma dov'è il tesoro? Lo scrigno? I baiocchi?...".

Senza parlare mi ha dato un poco di farina pressata, quello era il baiocco; poi ha guardato la cassa, cioè lo scrigno, ed allora ho capito che per la gente della Garfagnana era un tesoro avere la farina dolce per tutto l'anno.

Polenta di neccio a mezzogiorno, con frittata, frittelle e necci ripieni di ricotta a merenda, tatini con il latte per la cena. E le calorie?... Vi lascio immaginare! Certe gote rosse avevano i bambini! Crescevano sani e robusti e, alla chiamata della leva, li mandavano tutti negli Alpini.

Maria Assunta Torre

La Bulìca e i carabinieri (di M. Assunta Torre)

Tanti anni fa, in località i Lanini a Gorfigliano, vi abitava una vecchietta di nome Annunziata, soprannominata Bulìca (tutti a Gorfigliano hanno un soprannome). A quel tempo a Gorfigliano c'era la caserma dei carabinieri e due di questi avevano il compito di girare per il paese per controllare se tutto andava bene.

Puntuali partivano dalla caserma, andavano al "Calcinà", al "Pattocco", a Culiceto ecc. Verso mezzogiorno arrivavano ai Lanini.

L'Annunziata, si affacciava tutti i giorni sull'uscio per salutarli e loro la salutavano così: "Buon giorno nonnina che fate di bello?". Lei rispondeva : "Sto facendo da mangiare, mi farebbe piacere se vi fermaste a pranzo da me".

"No grazie", rispondevano loro. Tutti i giorni per mesi e mesi si ripetette il solito rituale. Finché i due carabinieri per farla contenta, all'ennesimo invito accettarono.

Lei, non se l'aspettava e disse loro: " Ho quattro erbi cotti al foco, anche a voi ne vorrei dare, ma per tutti sarà poco".

"Ma se avete poco da mangiare -dissero i carabinieri- perché ci invitate sempre?"

Rispose la Bulìca: "Vossignoria, p'rché l' mia creanza l'è d'nvitavvo e l' uoscia d' rifiutà" (Signori, perché la mia gentilezza è invitarvi e la vostra di rifiutare).


M. Assunta Torre

Quando il Villino era infestato da anime maligne...

Fui "arruolato" da Fabrizio Bertagni, nell'Estate in cui andai ad abitare al "Palazzo", nelle vicinanze dell'Ambulatorio del povero Dottor Gemignani per intendersi meglio. Arruolato alla difesa della fantastica "capannina", che proprio lui, aveva costruito nel giardino abbandonato del "Villino". Fabrizio era il leader, più grande di me di due anni, e con conoscenze approfondite sulla "difesa del territorio"; ricordo ancora che avesse con se' una bellissima cerbottana e sapeva usarla con una precisione chirurgica; un esperto di guerriglia e ne diede prova respingendo alcuni attacchi sferrati da "bande" rivali. Fu proprio lui il primo a raccontarmi di che cosa fosse realmente il Villino, quel bellissimo edificio che senza alcun dubbio aveva bisogno di essere ristrutturato. Rimasi colpito quando dalle sue labbra pendevano le parole "spiriti e fantasmi"; brividi di terrore mi attraversavano la schiena e la mia fronte mostrava palesemente il mio stato d'animo espellendo frequenti goccioline di sudore che andavano a fermarsi sulle sopracciglia. Ma come, quella casa era infestata dagli spiriti maligni e noi eravamo lì, a difendere una "capannina", incuranti del pericolo? Fabrizio riuscì a tranquillizzarmi dicendo che i fantasmi si presentavano nell'edificio solamente al calar delle tenebre, questo stava a significare che nelle ore pomeridiane eravamo al sicuro.

Da quel momento in poi la ricerca di informazioni su che cosa accadesse realmente dentro a quello stabile di notte diventò meticolosa. Ricordo che la tesi sostenuta da Fabrizio venne confermata da tutti i miei amici: Stefano Orsi, Alessio Ferri (il Pastorino), Alessandro Levrini, Marino Fornesi. Quella casa aveva davvero qualche cosa che non andava; ricordo che qualche mio compagno di Nataleccio, mi fece notare la strana forma del suo muro di recinzione, che da lassù, dal monte "Calamaia", era ben visibile: una bara!

"Ecco la conferma!" pensai tra me e me, "I miei amici non mi hanno beffato, avevano ragione". No, non c'era scampo, quella casa era evidentemente la dimora notturna di spiriti maligni. Da quel momento niente fu come prima. Nelle ore buie non percorrevo mai quel tragitto, preferivo scendere la scalinata dalla parte opposta evitando la strada inghiaiata e buia, dove nelle sere di luna piena il Villino dominava il mio passaggio in un aspetto ancor più inquietante e dove l'enorme e bellissimo ciliegio, posto in mezzo a quella che in quel tempo era una piazzetta, faceva sentire il sibilo del vento che attraversava le sue foglie. Passavano gli anni, e il timore del Villino diminuiva con l'andare del tempo, finché ebbi la certezza, quando fui quasi tredicenne, che in quella casa, ormai palesemente abbandonata dalle anime maligne, che la loro presenza fu reale. Ai primi tentativi di restauro di quella bellissima villa, gli operai constatarono che le attività notturne degli spiriti furono realtà. Fantasmi che si impossessarono di tutto ciò che per loro aveva valore: statue, stoviglie preziose, argenteria, marmi pregiati e addirittura gran parte del marciapiede in macigno che circondava l'intero perimetro della villa. Cavolo se i miei amici avevano ragione, quell'edificio fu per anni invaso da esseri maligni...

Alessandro Ferri

Era la notte dei tempi, quando i Natalecci decisero di essere gorfiglianesi...

Era la notte dei tempi, quando “la tradizione” decise di fare la sua comparsa tra le fila umane. Da tempo immemorabile i contadini di ogni parte d'Europa hanno usato accendere “falò” in particolari giorni dell'anno: perché mai, si chiederà...

Riti pagani sviluppati nella nostra valle ai tempi dei Liguri Apuani, molti anni prima della venuta del Cristianesimo. Culti del fuoco le cui funzioni erano molteplici: la purificazione, per scacciare e distruggere tutte le influenze negative personali, come streghe, mostri e demoni, e perché no, anche quelle impersonali, come le malattie e infezioni. 

Il fuoco, elemento purificatore per eccellenza, con il quale distruggere e “seppellire” i dispiaceri dell'anno passato, per guardare con rinnovata fiducia al nuovo ciclo di stagioni che stava per cominciare.   

Una tradizione che vede origini ancor più antiche di quelle Etrusche, oltre mari e terre lontane, fredde... Lì, dove vivevano i celti, che da sempre si affidano al fuoco come rito propiziatorio.

Venne il Dio Sole, e con esso il “solstizio d'inverno”, ove queste cerimonie avevano luogo per propiziarsi la benevolenza divina, così da assicurarsi la luce del sole e il suo calore. E molti erano i segnali divinatori che il Dio pagano offriva ai suoi fedeli, sempre attraverso il fuoco: l'intensità delle scintille, la direzione del fumo, il crepito della pianta di ginepro... Elementi da cui trarre presagi sui raccolti, epidemie, carestie.

E i tizzoni, raccolti il giorno dopo, che venivano poi conservati come preziosi amuleti.                                                                                                                                                                      

E giunse il Cristianesimo e le sue “teorie eretiche”. Categorico dover scoraggiare e proibire la tradizione del fuoco: non solo qui, in Garfagnana, ma in tutti i luoghi in cui perdurava questa tradizione. Perché era peccato agire al di fuori di quello che era contemplato dalla visione del Signore...

Così diceva Papa Leone I nel sermone tenuto nel Natale del 460:

"E' così tanto stimata questa religione del sole e del fuoco che alcuni cristiani prima di entrare nella Basilica di San Pietro in Vaticano, dopo aver salito la scalinata, si volgono verso il sole e piegando la testa si inchinano in onore dell'astro incandescente. Siamo angosciati e ci addoloriamo per questo fatto che viene ripetuto per mentalità pagana. I cristiani devono astenersi da ogni appartenenza di ossequio a questo culto degli dei".

Sappiamo tutti come andranno le cose...

Dice un vecchio e saggio proverbio: "Non c'è nemico oggi, che non possa diventare amico domani"...

E così la chiesa cristiana cominciò ad associare il sole all'immagine di Gesù; si sottolinearono le frasi del vangelo dove Cristo era paragonato al sole: "Il suo volto somigliava al sole quando splende con tutta la sua forza" (Apocalisse di Giovanni), si adotterà il monogramma IHS inglobato in un sole fiammante, gli ostensori prenderanno la forma di un disco solare, e molti, molti altri esempi.

Ed è da questo momento che Gorfigliano entrerà prepotentemente come esempio storico. Se si domandasse oggi a qualche abitante del posto (anche fra i più anziani) quando ha avuto inizio questa tradizione, la risposta sarà dell'incoscienza,  poiché il tutto ebbe origine da tempi ormai vetusti. 

Magicamente vive ancora questa favola, e con il passare dei secoli il significato attribuito a questa usanza è esclusivamente cristiano: dover riscaldare il Bambin Gesù il giorno della sua venuta al mondo...

Si chiamano Natalecci, costruzioni di forma cilindrica ottenute conficcando in terra un tronco di legno che nel dialetto locale prende il nome di "tempia", attorno ai quali vengono "tessute" una gran quantità di rami di ginepro. Va raccolto il materiale e costruito il cilindro, che di norma può superare anche i quindici metri di altezza, per un diametro di tre-quattro metri. L'abilità sta nel rendere il più stabile possibile questa struttura affinché non cada, e altrettanta bravura risiede nella "tessitura" del ginepro, che garantisce una fiamma duratura. 

Tre rioni, un solo vincitore, ed un intero paese in festa.

Era la notte dei tempi, quando i Natalecci decisero di essere gorfiglianesi...E fino al tramonto della storia, di Gorfigliano soltanto, saranno i Natalecci...

Giorgio Ferri

'l baracchin d'l paroloun

Pubblichiamo nuovamente una storia di Maria Assunta Torre, dove ci racconta del nostro passato, di quello che era Gorfigliano al tempo della Seconda Guerra Mondiale, di come vivessero i gorfiglianesi in quel preciso momento storico. M. Assunta ci ha messo a disposizione altre due storie bellissime, che pubblicheremo con calma nei prossimi giorni; ne approfittiamo per ringraziarla vivamente pregandola di fornirci più materiale possibile. Intanto, godetevi questa...

C'era una volta... a Gorfigliano nella selva in località i "Poggioni", un piccolo capanno detto il "Baracchin d'l Paroloun".

Paroloun era il soprannome del padrone che si chiamava Domenico. Era tempo di guerra e ci si rifugiarono dei soldati, tre slavi e un russo. Nessuno sapeva il perché e come fossero arrivati lì. Il giorno non si vedevano, ma all'imbrunire, a turno scendevano guardinghi dalla selva e andavano da mia nonna che abitava vicino per farsi dare un po' di cibo. La nonna, pensando a suo figlio anche lui alla guerra, dava loro quel poco che poteva. Qualche fetta di polenta da "ciaccio" o da "form'ntoun", una cartata di "ballocco", una fetta di lardo... purtroppo era miseria per tutti. Una sera, tutti e quattro arrivarono di fretta dai miei nonni, dissero che dovevano partire subito, salutarono in italiano stentato, ma comprensibile. Lasciarono alla nonna una coperta militare, al nonno un colbacco e a mia madre che era ragazzina, promisero, guardandole gli zoccoli, che se ripassavano da lì le avrebbero portato un paio di scarponi. Erano trascorsi pochi giorni da questo episodio, quando, una sera passò davanti casa dei miei nonni tanta gente. Donne, bambini, soldati con divise diverse, fuggivano scendendo dalla montagna, correvano sgomenti chissà perché e per dove.

Un militare guardò la nonna con dolcezza come si guarda la mamma, "Ho fame" disse. Fu invitato ad entrare in casa, dovette chinarsi per passare dalla porta tanto era alto, gli fu dato un piatto di tagliatelle con i fagioli e nel mentre la nonna gli porgeva il cucchiaio aveva già mangiato e ringraziando con un sorriso corse via con gli altri.

C'era anche un ragazzo molto giovane, poco più di un bambino, che correva piangendo, scalzo, con i piedi sanguinanti. Il nonno prese un paio di zoccoli di mio zio e glieli fece mettere.

La mamma, con lo sguardo cercava i quattro soldati, non perché voleva gli scarponi, ma perché aveva paura che avessero fatto una brutta fine.

Mentre mia madre (91 anni) mi racconta queste cose, sospira.... (era il giorno che bruciarono Vinca).

Il baracchin d'l Paroloun non c'è più, intorno è tutto verde di scope, ginestre, ginepri, ontani, è il regno di cinghiali, caprioli...

La storia che ho raccontato è ormai lontana, ma è passata proprio da qui, da Gorfigliano.


Scritta da Maria Assunta Torre, a cura di Alessandro Ferri

Storie di Gorfigliano...

Di recente abbiamo deciso di aprire una nuova rubrica per raccontarvi una serie di storie che, di fatto, hanno contribuito a costruire l'identità gorfiglianese. Oggi Ermes vuole fare un passo in più, ma per compierlo è necessaria la compartecipazione di voi lettori. 

Una redazione "giovane", ancora in fiore, che non possiede una totale conoscenza dei racconti e della storia paesana. Ed è qui, che entrerete in gioco voi. 

Attraverso l'apertura della nuova rubrica "Storie di Gorfigliano", daremo la possibilità a voi lettori di raccontarci storie, fatti, favole, o qualsiasi altra cosa che abbia a che vedere con il nostro territorio.

Una sorta di archivio virtuale contenente l'intera storia paesana. Per condividere le vostre storie con noi, basta scrivere su Facebook ad uno dei membri della nostra redazione, naturalmente in privato. In tempo zero saremo in grado di rispondervi e riportare sul nostro sito le parole da voi scritte.

Perché ricordate, Ermes è anche questo!

Giorgio Ferri

Era una fredda notte del 6 Settembre...

Questa non è la solita storia di personaggi illustri, di azioni spettacolari dagli effetti scenografici mozzafiato. Non fa per noi, non fa per voi. Questa è una semplice storia, una storia i cui protagonisti sono dei semplici ragazzi, chi studenti chi lavoratori, che da lì a poco avrebbero riscritto una pagina di storia contemporanea. L'immaginario collettivo alludererebbe sicuramente a chissà quale azione straordinaria dei giovani eroi. Non ci sarà niente di eclatante. 

Era una fredda notte del 6 Settembre 2018, incredibilmente fredda per quel periodo dell'anno. Un clima di tensione e dissenso circolava nell'aria, troppo forte per poterlo reprimere e soffocare. Perché privare alcuni ragazzi di diritti che a loro spettano di natura. Perché mai non poter concedere a loro, i protagonisti di questa storia, la possibilità di poter giocare a calcio...

Il “football” è molto più di un semplice gioco di squadra: è istituzione, è aggregazione, è sociologia.

Tanti cuori, per dare origine, da lì a poco, ad una storia meravigliosa. Si partì con la scelta dei colori. Pesante sarebbe riprendere quelli vecchio gruppo calcistico che scrisse per anni la storia gorfiglianese, ma ripercorrere le sue orme sarebbe stato un categorico obiettivo societario. Nel loro piccolo credo rivoluzionario, l'idea di purezza e di sorpresa erano troppo grandi per non poterle liberare nello spazio. Saranno così il bianco e l'amaranto a rappresentarli, come la genuinità e lo stupore che avrebbero emanato. 

La scelta di uno stemma, piuttosto lineare, con tre stelle amaranto, pronte a simboleggiare i paesi coinvolti nel progetto. E il nome, che avrebbe rappresentato a pieno la volontà dei soci, quella di formare un gruppo affiatato alle pendici del Monte Pisanino. 

Sarà una società autogestita, in aperto contrasto alle istituzioni, che da sé soltanto sarà in grado di conquistare i propri successi. E non saranno di certo i trofei a portargli il prestigio e la fama. Perché prima o poi un campo lo troveranno. Perché prima o poi dei palloni con cui giocare ci saranno. Ma quel diritto, a loro spettò di dovere. E non ci sarà più nessuno a fermarli.

Uno statuto battuto col proprio pugno. La ripartizione egualitaria dei compiti. La possibilità di potersi esprimere senza alcun divieto. Una società libera, concreta nel suo modo di agire. Una società “popolare”, come l'idea di calcio che si sono imposti.

Un progetto che ha visto una propria fine, almeno per adesso, le cui cause non sono di certo attribuibili a quegli eroi. Un progetto che riecheggerà ancora nel tempo e nelle memorie del paese. Una favola durata troppo poco, che presto dovrà riprendere il proprio racconto. 

Si scriveva Unione 2018. Ma si leggerà in tutt'altro modo. 

Era una fredda notte del 6 Settembre 2018, quando la storia decise di dover essere riscritta nuovamente...

Giorgio Ferri

G.S. Gorfigliano, più che prendere a calci uno stupido pallone...

Gorfigliano è un luogo dai grandi contrasti: un luogo popolare, campanilista, e per questo anche di grande solidarietà. Lì sorge il Pisanino con le sue vette bianche e di color candido, con le sue nebbie che avvolgono tutto e tutti, nebbie dalle quali nel 1984 è nato il G.S. Gorfigliano: una delle squadre memorabili, povera di trofei, ma che suscita ancora forti emozioni a chi, quel periodo, lo visse per davvero. L’inconfondibile maglia rosso-blu, che da lì in poi stabilì i colori sociali dello stesso paese. E lo stemma, l' aquila rossa con alle spalle il Pisanino, bianco candido, immerso in uno sfondo azzurro, a simboleggiare il cielo limpido; limpido, come quelle che erano le ambizioni di quel gruppo, che ai suoi tempi riuscì ad essere più che una semplice squadra di pallone.

Sfogliando dei vecchi almanacchi, quasi fossero dei reperti storici (e che forse, lo sono per davvero), è impossibile non notare la partecipazione quasi totale del paese al progetto: donne e uomini, assieme, andavano a formare la dirigenza del Gruppo Sportivo, emulando e forse anticipando i modelli contemporanei di integrazione e di uguaglianza. 

E i giocatori, quasi tutti del luogo, compaesani che il pomeriggio si trovavano o al bar o in piazza, a dimostrazione di quanto forte fosse il campanilismo gorfiglianese.

Talenti locali, una sorta di “Accademia del calcio”, dalla quale spiccavano nomi davvero interessanti. Giocatori tecnici, abili, ma soprattutto “cattivi”, nel senso buono del termine. Una squadra diversa, che odiava camminare sulla punta dei piedi. L'ambizione era quella, giocare per il proprio paese, a difesa di quelli che erano i suoi valori e le sue tradizioni. E noi, a Gorfigliano, di queste cose ne abbiamo capito sempre più degli altri.

Un progetto, quello di una “cantera” gorfiglianese, che se continuato avrebbe dato vita al Gorfigliano più forte di sempre. Parlano i nomi, parlano le prestazioni, parlano i “vecchi” del paese, che da sempre appaiono essere critici di mestiere. E se questi ragazzi sono riusciti a convincerli, la storia avrebbe potuto parlare da sola.

Purtroppo, oggi quel Gorfigliano è sparito dai campi di gioco, e con esso un pezzo di passione del paese; basta chiedere a chi prese parte al progetto. E il loro sguardo, di per sé, già vi darà una risposta. Non c'è bisogno di tante parole. 

Perché a Gorfigliano si è rancorosi, si vive di ricordi. E a volte risulta impossibile accettare che questi, appunto, ormai risiedano solamente nelle nostre menti. Perché a Gorfigliano, ai piedi del Pisanino, giocava una squadra rosso-blu. Lo faceva per amore del calcio, lo faceva per tenere alto il nome del proprio paese, lo faceva perché il “football”, in certi luoghi, era più che prendere a calci uno stupido pallone.

Giorgio Ferri

In piedi da sinistra: Ferri, Orsi, Canozzi, Lorenzetti, Colombini, Casotti M.
Accosciati: Pilli R., Casotti E., Baisi, Vanni, Gemma, Lucchetti, Vanelli      
Anno 1993




"L'abbraccio delle Apuane", una storia vera

Le Apuane hanno il cuore d'oro, oro bianco, il marmo, e nel 1939 la popolazione di Gorfigliano e dei paesi limitrofi, viveva di questo. Il lavoro del cavatore era duro e pericoloso, a volte anche mal retribuito, ma insieme a un po' di agricoltura e di pastorizia offriva una vita semplice ma dignitosa.

Nell'aria, però, si avvertiva già un vento di guerra, fatto sta, che in quell'anno ci furono numerosi licenziamenti. I primi ad essere licenziati furono i "boccia". Fra questi ci fu anche un ragazzo di nome Fernando che non si perse d'animo e dopo aver svolto qualche lavoro mal pagato fuori paese, decise di arruolarsi volontario in marina, tanto ormai la guerra era scoppiata e prima o poi l'avrebbero chiamato.

Appena diciottenne fu mandato a La Spezia, poi a Pola dove fu istruito sulla nave scuola "Amerigo Vespucci". Ne uscì "nocchiere scelto" e subito imbarcato sul caccia torpediniere "Freccia". Partì in missione di guerra toccando porti molto importanti, ma ironia della sorte, mentre una sera il "Freccia" si trovava alla rada nel porto di Genova, ci fu un bombardamento sulla città. Anche il "Freccia" fu colpito e ci furono morti e feriti. Fernando rimase illeso ed insieme ad altri suoi compagni si dette da fare per portare a terra i feriti. In particolare un ferito grave che portò in spalla in cerca di soccorso nelle strade di Genova illuminate dai bengala, nell'inferno del bombardamento.

Il "Freccia" affondò e Fernando fu mandato a casa in attesa di essere richiamato e imbarcato su un'altra nave.

Ma il tempo passava e arrivò l' otto Settembre.

Anche nel piccolo paese di Gorfigliano fu il "patatrac".

C'erano fascisti, partigiani, tedeschi, e non si capiva più nulla. Una cosa era certa, che i tedeschi prendevano tutti gli uomini che trovavano. Fernando, insieme a due suoi amici, Domenico e Beppe, si nascondeva di giorno nelle selve ai "Ceregioli" e di notte ... una la passarono in una buca scavata sotto un mucchio di concime, poi si ricavarono un nascondiglio in un vecchio mulino.

Erano passati ormai diversi giorni e la fame si faceva sentire. La mamma di Domenico partì da casa prima dell'alba per portare loro dei viveri, ma fu seguita e i ragazzi catturati ed insieme a tanti altri gli fu ordinato di prendere la strada che portava a Camporgiano dove erano le carceri. Arrivati in località "Groppine" un tedesco li fece fermare nel bosco per costruire una portantina con dei rami di castagno, e dopo esserci salito sopra ordinò di portarla. Ma uno di quegli uomini, Dante, si girò adirato verso il tedesco e in dialetto gorfiglianese gli disse: "Ammazmo puro, ma i no t' porto" (uccidimi pure, ma io non ti porto). Il tedesco, vedendo tanta determinazione, lasciò perdere. Arrivati a Camporgiano furono sbattuti nelle prigioni insieme a tanti altri uomini dal volto scavato dalla fame, dagli stenti, sporchi, pieni di pulci e di pidocchi. Le mamme e le fidanzate, per giorni, fecero a piedi la strada da Gorfigliano a Camporgiano sfidando tanti pericoli, solo per portare loro dei "ciacci" e una "smagliata pulita". Fu così che un giorno furono caricati su dei camion e portati via. Dove erano diretti? Nessuno poteva saperlo.

Fernando mi ha raccontato che gli fecero girare tutta l'Italia e che gli era rimasto in mente in particolare la visita del Duomo di Milano. Fu poi la volta di Vercelli, dove li fecero vestire da Alpini; poi Genova ed una località detta "Monte Contessa". La sera avevano un po' di libera uscita e fu così che in un piccolo bar, gestito da una bella ragazza di nome "Lilli", fecero amicizia con dei ragazzi, che dopo aver parlottato un po' con "Lilli", bevevano un caffè in fretta e se ne andavano subito.

Lilli faceva ai "nostri" tante domande e Fernando, Domenico e Beppe, che ormai erano inseparabili, non sapevano cosa pensare, fino a che una sera Lilli disse loro che i ragazzi che avevano conosciuto erano partigiani e se volevano fuggire dai tedeschi li avrebbe aiutati. I "tre" avvisarono anche gli altri e nel bar di Lilli fecero un piano ed una notte fuggirono.

La vita da partigiani non fu facile, fra guerriglie, fame, sete, freddo, ma arrivò anche la fine della guerra e i tre amici, insieme a Sandro e un ragazzo di Roggio, presero la via del ritorno fra mille difficoltà, ma felici di aver scampato la guerra e di essere in Italia.

Le strade ancora percorribili erano piene di vecchi camion militari strapieni di uomini che come loro cercavano, in qualche modo, di tornare a casa. Ne fermarono uno, chiedendo all'autista dove fosse diretto. "A Massa", gli fu risposto. A Massa? Ma erano proprio fortunati!

Una volta arrivati a Massa sarebbero saliti su verso le Apuane dal Forno o da Resceto e arrivati in Piastra Marina in qualche ora sarebbero discesi verso Gorfigliano.

A Massa arrivarono fra mille difficoltà, stanchi e affamati. Furono accolti da una famiglia con gentilezza; furono dati loro degli abiti puliti e la padrona di casa gli fece un "tombolo" di polenta con il formaggio. Così rifocillati e pieni d'entusiasmo si rimisero in cammino. Su, su, in salita, fino in Piastra Marina; ancora qualche ora e sarebbero arrivati al paese. Ma le Apuane all'improvviso si coprirono di nuvole, incominciò a nevicare, arrivò la tormenta e Fernando, Domenico, Beppe, Sandro e il roggiese, non vedevano più a un passo. Sapevano che nelle vicinanze c'era il rifugio "Aronte", perché loro le Apuane le conoscevano bene, ma in quel frangente fu impossibile trovarlo. Così si rifugiarono in una grotta, dove l'Estate andavano al fresco le pecore.

Giunse la notte, fuori della grotta era il finimondo; la neve si alzava quasi a coprire l'imboccatura della grotta e il vento urlava fra i crepacci.

I quattro, anzi 5 con il roggese, si sedettero sullo sterco secco di pecora tenendosi abbracciati per riscaldarsi, ma la notte era lunga, i piedi facevano male per il freddo e subentrò lo sgomento.

No, non potevano morire così, a guerra finita sulle loro Apuane che amavano tanto.

Uno di loro iniziò a "comandare" il rosario alla Madonna e gli altri rispondevano, così a turno fino a che, quella terribile notte, finì.

Arrivò l'alba, il vento spazzò via le nubi all'improvviso, proprio così come erano apparse.

Le Apuane si mostrarono in tutta la loro bellezza, il sole le tingeva di rosa e la neve brillava. Di lassù si scorgeva, lontano, ma non troppo, nella sua magnifica "conca", Gorfigliano.

I ragazzi iniziarono la discesa con la neve che toccava sopra il ginocchio, e nel giro di qualche ora arrivarono al paese.

Fernando, passò davanti alla casa della sua fidanzata, la porta era socchiusa, l'aprì lentamente senza farsi sentire. Lei, era accoccolata vicino al fuoco a friggere della polenta, avvertì una presenza, si girò lentamente e fu... come un film.

Era il 3 Maggio 1945.

Fernando fu richiamato in marina, dove rimase per sei mesi sulla nave "Panigaglia", poteva far carriera, ma preferì tornare a fare il cavatore ai piedi delle "sue" Apuane che non lo avevano tradito; tutti gli anni, i quattro amici per la pelle (fino a che è stato possibile), salivano lassù, in Piastra Marina proprio il 3 Maggio, per recitare un rosario nella grotta che in quella brutta notte, aveva custodito nel suo abbraccio le loro giovani vite.




Fernando era mio padre (I Fernà d'l Carara).

Sandro, il padre di Mariano (I Sandroun d'l Burghini)

Beppe, detto il Beppe della Palmì

Domenico, detto da S.Antonio (I Domei)


Storia vera scritta da Maria Assunta Torre, a cura di Alessandro Ferri