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Caterina che sposò la libertà

E per la seconda volta abbiamo l'onore di pubblicare tra le nostre "pagine" Normanna Albertini, questa volta, la scrittrice, ci delizia con un favoloso racconto:


Caterina che sposò la libertà

Ci rifletteva, Caterina, mentre attizzava il fuoco, china sul paiolo agganciato alla catena.
Ne aveva parlato poche ore prima con Cesara, una vagabonda di Cavatore che girava a vendere le sue mercanzie.
«Quel cretino del re!» Era sbottata l’amica. «E ora, come faccio?»
«Bella famiglia, quella dei Savoia, Cesara. Hai sentito le dicerie che continuano a girare sull’erede di re Carlo Alberto?»
 «Quelle dell’incendio?»
 «Ma sì! Raccontano la storia di suo figlio salvato da un incendio, ma si dice anche che, invece, sentimi bene, eh! Si dice che il bambino sia morto…» 
«Lo so, lo so, Caterina, tu hai ragione. E dicono che l’abbiano rimpiazzato con un altro, un figlio di chissà chi… parlano di un macellaio di Firenze».
 «Certamente! Così, alla scomparsa di Carlo Alberto, ci ritroveremo, come re, il bastardo di un beccaio, te ne rendi conto, Cesara?»
 «Loro fanno ciò che vogliono, cara mia. Però… dicono che quel macellaio sia diventato improvvisamente ricco e abbia allargato la bottega». Sospirò e si ravviò i capelli, poi continò: «Invece, io, cara mia, mi devo tenere un marito buono a nulla perché quell’altro buono a nulla di Vittorio Emanuele ha cancellato il divorzio! E a Cavatore, in collina, cosa   vuoi: raccolgo nocciole, allevo due conigli, qualche gallina, ma se non girassi a vendere – e a fare le fatture, a segnare le malattie - non camperei».
Si faceva accompagnare dal figlio più piccolo, Cesara, mentre aveva lasciato a casa le bambine grandi per attendere alle faccende domestiche e al padre nullafacente. Il bimbetto, di sei anni, l’aiutava a vendere le mercanzie: filo da cucire, matasse di lana, frutta secca e collane di nocciole tostate. Dormivano nei fienili, nelle capanne, nelle stalle, spostandosi da un paese all’altro; lei, in testa il fagotto con la merce, e il bambino che le stringeva la mano. Nient’altro.
Non avevano nemmeno le mutande, che era roba da ricchi. Quando le veniva “il marchese”, la donna si adattava usando pezze di lino fermate con spille da balia.  Ma era così magra che passava mesi senza vedere un goccio di sangue. Anche Caterina per mesi e mesi non aveva avuto le “sue cose”, tanto che pensava di essere incinta. Invece no: era solo la fame.
Cesara era ancor più sfortunata, avendo i figli da tirar su. Come darle torto se si disperava. In Piemonte la legge sul divorzio l’avevano abrogata sul serio e ora, l’amica, quel suo marito doveva sopportarlo fino alla morte. La sua o quella di lui. Caterina rimestava la polenta e cercava di frenare le lacrime. Si fermò e si soffiò il naso: non poteva rischiare che il moccio cadesse in quel cibo, l’unico che avrebbe mangiato anche lei. Sicuro che, al consorte, invece, avrebbe volentieri sputato nel piatto. Si pulì le mani nella sottana e riprese a mescolare. Non si poteva più divorziare, le aveva detto Cesara.
Ai re non interessava il divorzio, di amanti potevano averne lo stesso a volontà.  Caterina nulla sapeva della storia passata, però aveva imparato che Napoleone, in mezzo a tutti i suoi macelli e ruberie, aveva autorizzato il divorzio. E adesso? In Piemonte - in tutto il Regno di Sardegna - non ci sipoteva più separare. 
La ragazza sganciò il paiolo dalla catena e versò il contenuto sul tagliere; il vapore si sparse per la cucina e lei cominciò a grattare con un cucchiaio la polenta rimasta incollata al pentolone. Raccattò lunghe strisce bruciacchiate e le mise nel suo piatto. Si sarebbe accontentata di quelle. Tempo pochi minuti e sarebbero arrivati i figli delle sorelle con le ciotole da riempire. Più tardi, il canto sguaiato del marito barcollante le avrebbe messo i brividi; ah, poterlo cacciare! Invece, lui avrebbe preteso di consumare la cena come si deve, anche se era pieno di vino, poi avrebbe tentato di combinare qualcosa a letto ma, complice l’alcol, avrebbe fallito, così, frustrato, l’avrebbe tempestata di pugni fino a cadere, esausto,sul pavimento.
La giovane estrasse un’aringa salata da una botticella di legno e la posò sulle molle del focolare, dopo aver ravvivato le braci. L’odore forte del pesce, i cui umori colavano sui tizzoni ardenti, riempì la stanza, mentre qualcuno raspò sulla porta. Lei aprì e un gatto saltò  dentro, balzando sul tavolo.«Via! Via! Vai a cercare i topi, che qui non ce n’è nemmeno per noi!»
E lo cacciò con la scopa. Fu poi la volta dei nipoti e, quando li ebbe spediti con le loro ciotole piene di polenta, appena strofinata con l’aringa, Caterina si sedette inattesa del marito. Sarebbe arrivato ubriaco, come al solito. Ubriaco e senza più un soldo di quelli che le aveva rubato la mattina. Il divorzio… il divorzio… In tutto il Regno di Sardegna, il divorzio non c’era più. 
«A Genova sì, è possibile». Le aveva detto uno dei venditori ambulanti che venivano dalla Toscana. Sarà stato vero? Doveva informarsi meglio, Caterina.
«Guardate che a Genova il re ha lasciato in vigore le leggi di Napoleone». Aveva continuato l’uomo. «Ho conosciuto un tipo che si è separato in questi giorni dalla moglie, perché l’aveva trovata a letto con un altro».

Aveva aspettato Giovanni, il   marito, tutta   la   notte e, poiché non riusciva a dormire, aveva ravvivato il fuoco e si era messa a impastare, per poi cuocerli nel forno, i suoi biscotti al limone, alle mele, quelli ai pinoli e i canestrelli. Il giorno dopo l’aspettava un lungo viaggio fino al santuario di Acquasanta, dove avrebbe venduto quei dolci insieme al croccante. In mattinata, aveva anche confezionato le   collane di nocciole tostate e le aveva già riposte nel fagotto.
La luce rossastra dell’alba s’infiltrò tra le fessure della porta quando i suoi dolcetti erano già sistemati nei cartocci ben in ordine sul tavolo. Ma Giovanni non era tornato. Caterina afferrò lo scialle, uscì di corsa e, proprio a due passi dall’uscio, vide il marito disteso a terra: pareva morto, ma no, russava e tossiva. «Che hai fatto, questa volta?» Lo scosse forte. Una terribile zaffata di piscio, escrementi e vomito la colpì, tanto che indietreggiò tappandosi la bocca. Lui aprì gli occhi, si alzò a sedere, riparandosi gli occhi dal sole, e la osservò come se non la riconoscesse…
«Maledetta strega!  Sei una strega! Sei  una  troia!  Guarda  come  mi sono ridotto per colpa tua! Brutta troia… Vai via! Via!» Si alzò in piedi, mentre dai portoni e dagli usci intorno usciva una folla di curiosi. «Via!  Hai capito? Vai a  lavorare, maledetta, e portami i  soldi, hai capito?» Continuò lui, avventandosi su Caterina e colpendola con un forte manrovescio. Lei non fiatò. Entrò in casa, prese un lenzuolo dove buttò le sue poche cose, lo legò, afferrò l’altro fagotto con i dolci, cercò la scatola nascosta dietro un mattone, dove teneva i soldi, e uscì in strada.
«Cercatene un’altra che ti mantenga, maiale!» Urlò al marito. «E nonseguirmi! Non mi vedrai più». Tremila  franchi!  Questo aveva stabilito il giudice: Caterina,   aveva dovuto versare tremila franchi al marito perché era stata lei a lasciare il tetto coniugale. Però, c’era riuscita a divorziare. Sì, Napoleone almeno una giusta l’aveva fatta e ora lei era libera.
Al momento, con altri ambulanti, stava marciando verso San Cipriano, il solito fagotto in testa e le collane di nocciole a tracolla. «Che t’hanno detto le tue sorelle?»   Domandò Cesara che, nel frattempo, era rimasta vedova e s’era trasferita a Genova. «Le stesse cose che mi diceva lui: che sono una donnaccia, una puttana, che chissà con quale vero lavoro riesco  a mettere insieme tante palanche, che una donna deve ubbidire all’uomo di casa e chinare la testa, non comportarsi come me». Rise: «Intanto, quel povero scemo si è già bevuto e giocato i tremila franchi, e da me non ne avrà più. Le mie sorelle sì, le aiuto: sono piene di figli… però che la smettano di darmi ordini, che io la testa non la chino!»
«Sei ancora giovane, Caterina… Magari trovi qualche buon partito e ti rifai una vita».
«Che dici, Cesara! Sono uscita da una prigione, sono libera. Me la sono già rifatta una vita. Ho sposato la libertà. E non sai come sto bene quando dormo nei pagliai e nelle stalle e so che al mattino riprenderò il viaggio verso una nuova meta».
«Lo sanno, i tuoi parenti, che riesci anche a “segnare” le malattie e a fare le “fatture”?» 
«Dovrei forse informarli secondo te? Non aspettano altro che io mi ammali, o che abbia un incidente, o che muoia per mettere le mani sui miei soldi, ma sai che ti dico? Rimarranno tutti a becco asciutto!»
Quella notte, Caterina Campodonico si addormentò nel fieno di un pagliaio e fece un sogno. Una statua di marmo, tutta bianca, si distingueva in mezzo a quella dei“signori” di Genova nel cimitero di Staglieno. La statua raffiguravauna vecchia signora con le collane di nocciole tostate su un braccio e un canestrello in mano. Nel sogno, si accostò alla scultura e… si riconobbe. Rise, rise così tanto da non riuscire a smettere.
«I miei soldi verranno tutti con me, andranno tutti per la statua, tutti al cimitero». Disse quando si svegliò.
Cinquant’anni dopo, la statua di Caterina era là, quasi viva, con le sue collane di nocciole tostate.

Normanna Albertini




La capra bianca delle fate (Normanna Albertini)

Inutile girarci attorno, questa volta abbiamo fatto "il botto": Normanna Albertini, una delle migliori scrittrici contemporanee italiane, ha accettato il nostro invito nel pubblicare qualche suo scritto sul nostro Ermes. Naturalmente questa è una notizia che ci fa fare un passo in avanti come qualità, serietà e costruzione verso quel giornale che avevamo promesso di realizzare. Eh sì, siamo davvero orgogliosi di ospitare personaggi di questo calibro tra le nostre pagine. Adesso gustatevi questo fantastico racconto; signore e signori, ed ecco a voi Normanna Albertini.

La redazione


LA CAPRA BIANCA DELLE FATE

Le fate vestono di bianco e hanno bisogno dell’acqua corrente per lavare ogni giorno i loro panni, perciò, di solito, vivono nei pressi di un fosso, dove un tempo c’erano i mulini. Le fate sono incorporee; si nascondono nelle grotte e capita di scorgerle danzare sulla cima delle alture, anche lassù sul Ventasso, e paiono nuvole. Lassù, possono viverci soltanto i falchi, le poiane, le aquile. Potrebbero anche salirci le capre. Lassù, si è inerpicato Umberto, appassionato di fotografia naturalistica, con l’amico Marco, con Giovanni, bravo reporter, con Roberto, Bruno e altri. Tutti alla ricerca di un animale diventato leggenda, quasi uscito da una fiaba. Tutti stregati da questa speciale creatura. Nemmeno i caprioli e i lupi osano arrampicarsi su quelle “grotte” (ripe scoscese), solo le capre potrebbero abitarci. E le fate. D’altra parte, lo scrittore Carlo Lorenzini sapeva bene che le fate possono trasformarsi in caprette. È lei, la fata dai capelli turchini a regalare al Grillo Parlante la casetta dove poi si riparano Pinocchio e Geppetto fuggiti dal ventre del Pescecane. Carlo Lorenzini nacque a Collodi, in quella Toscana non lontana dalla valle del Serchio abitata dalle fate   e   da   altre   fiabesche   creature.   Sapeva   delle   fate,   Lorenzini,   forse   pure   di   quelle   che   si trasformano in capre. Le fate vivono anche qui, sull’Appennino reggiano: “in t’el fade”, su uno dei versanti del Monte Ventasso, e in altri luoghi. Dalle rocce di “in t’el fade”, sopra Busana, scende il rio Riccò, dove un tempo c’era un mulino e dove oggi c’è un agriturismo: quello del signor Vincenzo. Da queste parti sono state ritrovate misteriose pietre incise e del ritrovamento ci dà notizia “Mingh”,Domenico, altro componente del gruppo di ricerca della capra. Anni fa, il padre di Vincenzo, Sergio, era a caccia e, sedendosi, notò una grossa pietra con delle incisioni. Più avanti, anche “Mingh”, s’imbattè in quel sasso, così ne parlò con la studiosa e storica Rosi Manari, la quale contattò il linguista Adolfo Zavaroni. Questi, analizzò e decifrò i graffiti, attribuendoli ai Liguri Friniati che permasero sulle nostre montagne fino al 100 a.C circa. Zavaroni afferma che un’iscrizione trovata al centro del Frignano, testimonia che gli antichi Friniati chiamassero se stessi Umbri, sebbene Tito Livio li avesse definiti Ligures. Altre scritte in grafìa e lingua friniate sono state rinvenute dallo stesso linguista sul Monte Valestra e sotto la Pietra di Bismantova. Per diversi studiosi, comunque, le ipotesi di Zavaroni sono soltanto fantarcheologia e non credono alla sua “lettura”, per esempio a ciò che “vede” in un’incisione “…due profili che si fronteggiano toccandosi, probabilmente di due divinità, una più anziana e una più giovane, anche questi simboli riconducibili al tema della dualità e della ciclicità. ”Cosa c’entra tutto questo con le fate e con le capre? E con l’animale cercato da Umberto? Forse nulla, forse si tratta soltanto di casuali sincronismi, ma vediamo un po’…L’animale ormai leggendario che il nostro, con gli amici, ha cercato e trovato “in t’el fade” è proprio un’eroica capra bianca. In ambito umano, la bestiola verrebbe definita ‘pecora nera’, perché ha rivendicato la sua libertà fuggendo dal ‘padrone’, proprio da quell’agriturismo dove prima c’era il mulino e dove, forse, le fate di un tempo lavavano e stendevano i panni. “Paradossalmente, però”, dice Umberto, “si può essere pecore nere senza essere pecore, dato che lei è una capra, e senza essere nere, poiché è bianca. È l’icona della pecora nera, ma nell’aspetto è il suo contrario.” L’aveva comprata, il signor Vincenzo, insieme ad altre quattro capre, circa dieci anni fa, per tenere pulite le coste più ripide. Poi, un giorno, un cane randagio aveva fatto irruzione fra di loro. Le capre erano fuggite: quattro in una direzione mentre lei, quella bianca, si era gettata in una corsa a perdifiato verso Cervarezza. Il padrone l’aveva cercata, finché gli erano giunte strane voci… Una capretta bianca compariva –quasi una fata - sulle “grotte” del Ventasso sovrastanti Busana. 

E lassù è rimasta fino ad oggi, rifugiandosi in inverno sopra l’abitato di Nismozza, sul fianco del monte dal microclima meno rigido e meno battuto dal vento. Leggenda vuole che la bestiola abbia frequentato i mufloni, abitanti selvatici di quei luoghi.  “I mufloni”, spiega Umberto, “hanno una vista acutissima, paragonabile a quella di noi uomini se guardassimo dentro a un cannocchiale da otto ingrandimenti. Certamente, però, i lupi li predano, mala nostra capra l’ha sempre fatta franca: abita questo ambiente scosceso, difficilmente raggiungibile dai lupi, dove io faticavo a stare ritto da fermo. ”Strani aneddoti si raccontano su di lei; per esempio, alcuni cacciatori in appostamento l’avrebbero vista con i cinghiali. Anche “Mingh” l’ha vista avvicinarsi stizzita ai cinghiali che pasturavano sull’erba - da lei ritenuta sua - sollevare e battere gli zoccoli anteriori a terra, come fanno anche gli stambecchi, con l’intento di cacciarli. Nonostante un’enorme scrofa l’avesse inseguita, la capretta era poi tornata a cercare di mandarli via. Anche Bruno l’ha vista puntare i piedi contro i grossi suini, per poi salire a rifugiarsi più su, vicino a quella che lui definisce “Porta del diavolo”. “In t’el fade” è diventato la sua casa, proprio lì, dove le pietre incise testimoniano i culti pre-romani, liguri, dell’acqua e delle cime. Per dire di quanto l’associazione pietre incise e fate sia diffusa, c’è un “santuario” simile in provincia di Savona, sul monte Beigua, in località “Le Faie” (le fate).Disegni di corna, residui del  culto  di  divinità  animali, sono  in  altre incisioni, in  Lunigiana  e Garfagnana. Qualcuno, poi, ritiene che il dio pagano celtico Cenrunnos, raffigurato con palchi di cervo, in realtà fosse un “dio cornuto” più simile a una capra. L'uso di elmi da guerra ornati di corna trova riscontro anche presso i Liguri. Le capre hanno le corna, si dice abbiano la vista di un falco e sanno arrampicarsi sulle “grotte”, dove campano senza problemi e, se vogliono, senza padroni. Le capre bianche hanno una qualità in più: come altri animali chiari, venivano sacrificate agli dei del cielo, mentre gli animali scuri agli dei dell’oltretomba. Può darsi, allora, che le fate vestite di bianco fossero le druidesse che presiedevano a quegli antichi riti… vestali poi cancellate dall’occupazione romana e, più tardi, dai culti cristiani, ma rimaste nell’immaginario folklorico e nella toponomastica delle località. Può darsi che quei luoghi (come il “ballatoio delle fate” dalle parti di Montemiscoso) fossero gli spazi dove venivano accesi i fuochi per comunicare tra villaggi, pratica che forse si è conservata neifalò di fine carnevale di molte vallate. In ogni caso, le “fade” sono ovunque; a venti minuti in auto da Minerve, in Occitania (Francia), c'è, per esempio, l’affascinante Dolmen Des Fades. L'omonimia e l’affinità con le “fade” del nostro Appennino o con quelle della Lessinia veronese è veramente sorprendente. Nelle grotte di Sillano, di là dal crinale, si racconta che ci fossero le fate; chi provava ad entrarci veniva preso a bastonate. Erano belle, vestite di bianco e se ne stavano là a filare, senza uscire mai. Sempre in Garfagnana, a Vagli di sotto, i vecchi testimoniano che “la grotta delle fate” era abitata da fanciulle bellissime, che cantavano e ballavano abbigliate di bianco e azzurro. Si narra che,durante la guerra, lì si fossero rifugiati i partigiani e che le stesse fate li avessero salvati dai tedeschi. Tornando al professor Zavaroni, in una sua pubblicazione dice: “Plutarco, nella Vita di Gaio Mario racconta che quando gli Ambrones iniziarono ad urlare il proprio etnico “Ambrones !”, i Liguri, ingaggiati nell’esercito romano, risposero gridando lo stesso nome, che – dicevano – era anche la loro   ancestrale   denominazione”,   e   continua,   il   professore:   “Semplice   e   plausibile   mi   sembra l’attribuire  a  Umbri (sing.  Umber),  la radice  di  lat. umber,  -bri  ‘incrocio  di capra  e  pecora’-‘caprone, pecorone’. Sono incline a supporre che un italico Ombros fosse il nome di un divino mitico progenitore collegato al germanico ‘doppio, duplice’, con allusione al principio ‘vita-morte’,‘bene-male. Tale funzione era svolta da tutti gli dèi con le corna: Dioniso, Pan, Fauno, il Mercurio gallico avente l’epiteto Gebrinus, ‘Caprino’ e raffigurato con un ariete su un monumento trovato a Bonn.”

Umberto, intanto, continua, irriducibile, a seguire l’altrettanto irriducibile capra ‘pecora nera’, un po’ fata, un po’ dea dei boschi, armato di macchina fotografica e teleobiettivi. A tale scopo, aveva posizionato diverse foto-trappole dalle parti delle “grotte”, con la speranza di fermarne l’immagine. Difficile, troppo furba, lei, eppure, alla fine c’è riuscito. Ora commenta: “Ogni volta che, nella vita, in qualsiasi campo - che sia poesia, musica, cultura o altro - credete di trovarvi di fronte a una “pecora nera”, consideratela con attenzione, poiché forse, al di là dell’apparenza e dell’inconscio pregiudizio, individuerete anche lì le fattezze e l’anima di una capra/fata bianca.” Come non ricordare, a tal proposito, le capre violiniste dei dipinti di Chagall? Figurazioni della tradizione ebraica, in cui l’animale è simbolo di protezione e del focolare domestico.  Emozione e dono forse inaspettato è ciò che Umberto sta vivendo con gli amici della capra/fata, amici che vuole ringraziare: “Dedico al mio amico “Marcone” (all'anagrafe Marco Campari) questa favola per grandi e per piccini. La storia della Fata Bianca che, da almeno dieci anni vive, (poichè sa viverci) in Ventasso dove, appunto, vivono le fate. È ostinata almeno quanto te, Marcone, che tuttora persisti a tenere la tua  famiglia  aggrappata alle “grotte”  di  Valbona,  senza  ancora  deciderti  a  lasciare  la  presa  e scendere a valle, dove tutto è più a portata di mano. Tu per me, sei l’emblema della montagna che resiste. Forse è questo il motivo per cui ti sei innamorato della capra: perchè entrambi sapete esistere/resistere lassù, dove non conviene. Per questo ti ringrazio. Tu, che ti svegli di sera per fare il fornaio e il mattino seguente vai a inerpicarti a Riccò o a Nismozza, in cerca della nostra fata. Nostra: di Angela, di Bruno, di “Mingh”, Nostra: di Sergio, di Vincenzo e di Moreno... Nostra: di Giovanni, di Roberto e mia... Ma tua, più di chiunque altro! Perchè io credevo di essere il regista di questa narrazione ma, poi, piano piano, mi sono sentito esautorato dalla tua passione per questa favola... Una passione che ha superato anche la mia...È grazie a te se noi siamo ancora qui ‘in t’el fade’ a dire ‘c’era una volta’, per una volta ancora...”Noi, nel frattempo, aspettiamo ulteriori sviluppi della ricerca di Umberto e dei suoi amici, ma ormai sappiamo che “sopra le grotte la capra (fata) campa.” 

Normanna Albertini

La storia si ripete...

Siamo felici di riportare (finalmente) un articolo scritto dalla giovanissima Sofia Fantoni, che già dalle prime righe ha saputo dimostrare un ottimo utilizzo della "penna". Gustatevi il contenuto signori, perché vi è del vero in ciò che è stato scritto... buona lettura!

Giorgio Ferri

"Non si chiude mai la porta in faccia alla storia perché lei ritorna, anzi non se n’è mai andata!”.

Oserei iniziare così questo articolo, se così lo si può chiamare, e inviterei i futuri lettori a porsi questa domanda: quello che stiamo vivendo con il covid-19 è poi così lontano dall’epidemia di peste del 1600? Pensiamo al caro Manzoni, il quale ha dedicato molte pagine del suo romanzo a questo avvenimento storico; egli descrisse ogni particolare di quel periodo, e la sua descrizione ci fa sentire come se fossimo un uccello che vola sopra alla Milano di quel tempo, e scruta ogni suo minimo dettaglio. I passi dell’autore raccontano l’arrivo della peste a Milano, e questi risultano essere davvero attuali, riportandoci inevitabilmente alla situazione che tutti noi stiamo vivendo.

Ora come ora pensare che in futuro potremmo ricordare l’anno 2020 come il 1630 suscita sicuramente in ognuno di noi un senso di inquietudine e turbamento, eppure la storia si sta ripetendo… è proprio così, la famosa peste manzoniana ha a che fare con il virus che sta colpendo il mondo di oggi, molto più di quanto si possa immaginare.

Evitiamo elenchi e liste della spesa, cerchiamo di ripercorrere i passi più importanti dei capitoli del romanzo sulla peste che evidenziano punti in comune con la situazione attuale, così da creare uno spunto di riflessione per il lettore. Partiamo dagli albori; l’assalto ai forni, per esempio: la popolazione, allora come oggi, è preoccupata per un'eventuale mancanza di viveri e quindi via, di corsa ai supermercati! 

Nel trentunesimo capitolo Manzoni descrive ampiamente la peste che devastò il nord Italia tra il 1628 e 1630, e in queste righe le analogie con la situazione attuale non mancano.

“Il tribunale della sanità chiedeva, implorava cooperazione ma otteneva poco e niente”. Queste parole dell’autore rievocano fortemente quello che abbiamo vissuto agli inizi della pandemia e che tutt’ora affrontiamo: la mancata responsabilità e cooperazione accompagnata da una minimizzazione del problema. Manzoni sottolinea come le autorità sanitarie e politiche di Milano trascurassero le misure di prevenzione per evitare il contagio.  “E la radezza stessa dé casi allontanava il sospetto della verità, quella stupida e micidiale fiducia che non ci fosse peste né ci fosse mai stata neppure un momento”.

Le parole e i pensieri del Manzoni sempre più vivi e forti attraversano queste pagine.

Per non parlare dei ritardi, quel “rimandare sempre” finché la situazione si manifesta davvero grave; la lampadina la si fa accendere sempre quando forse è già tardi. 

“Abbiam già veduto come, al primo annunzio della peste, andasse freddo nell’operare anzi nell’informarsi”. Una traslazione, dal 1600 al 2020, anni che sono trascorsi ma per il resto…!

E fu così che la grida fu emanata il 29 novembre quando ormai la peste era già entrata a Milano. 

Ed anche oggi una grida, un decreto; la presa di consapevolezza arrivò, sì, come adesso, ma soltanto quando le morti e le malattie furono più che frequenti. 

“Cominciarono a farsi frequenti le malattie, le morti. Principiavano a dare un po’ più orecchio agli avvisi, alle proposte della sanità, a far eseguire i suoi editti, i sequestri ordinati, le quarantene prescritte da quel tribunale”.

La dolorosa analogia con il passato continua: gli ospedali, i volontari in prima linea, i medici nostri eroi. “Era un’altra ardua impresa quella d’assicurare il servizio e la subordinazione”.

Il pensiero più caro e tutta l’ammirazione va a questa gente che si è fatta a pezzi per aiutare il suo popolo. “L’opera e il cuore di que’ frati meritano che se ne faccia memoria, con ammirazione, con tenerezza, con quella specie di gratitudine che è dovuta”.

E così, passo dopo passo, il 2020 ripercorre le impronte dell’antico 1600.

E allora Manzoni è un profeta veggente? No… è che la storia è maestra! Manzoni è puro insegnamento sia nelle righe riguardanti la peste sia nel resto del romanzo, ma l’uomo evidentemente non ha mai colto questo suo insegnamento. Le sue pagine ci dimostrano che  “l’avvelenamento della vita sociale, dei rapporti umani, l'imbarbarimento del vivere civile” sono sempre quelli.

Perché non dimentichiamo: ciò che davvero non è cambiato per niente, dal 1600 ad oggi, è l’uomo...


Sofia Fantoni

Monuments Men

La guerra ha sempre prodotto tante perdite e distruzioni, ma è riuscita anche a instaurare negli uomini più colti una grande coscienza di salvaguardia del patrimonio culturale.

Sono passati alla storia con il nome di Monuments Men i trecentocinquanta coraggiosi che durante la Seconda Guerra Mondiale sono riusciti a mettere in salvo numerose opere d'arte dal valore inestimabile. È grazie a loro se oggi possiamo ammirare grandi capolavori come: "La Dama con l'Ermellino" di Leonardo da Vinci, "La Madonna di Bruges" di Michelangelo e molte altre.

I Monuments Men, di origine americana, non tardano il loro arrivo anche in Italia i cui maggiori esponenti sono Pasquale Rotondi e il pisano Rodolfo Sivieri.

La potenza tedesca ha da sempre invidiato il grande patrimonio artistico italiano; per tale motivo Hitler decise di istituire il kunstschutz. Questo movimento era stato posto a tutela delle opere d'arte italiane dalla distruzione della guerra, ma in realtà il suo scopo era quello di trafugarne il maggior numero possibile dalla penisola italiana a Berlino.

L'operato di queste grandi persone ha messo in luce l'importanza della tutela dell'arte e porterà in pochi anni alla Convenzione dell'Aja, durante la quale i paesi europei si riuniscono per scrivere le norme di diritto internazionale mirate alla salvaguardia del patrimonio culturale in caso di un nuovo conflitto armato.

Questa confluì poi nella Convenzione di Parigi che tutela le opere d'arte vietandone il furto e la distribuzione. Alla luce di questo grande lavoro ci paiono sempre più riprovevoli le azioni di disprezzo verso i numerosi beni culturali. L'arte ha sempre avuto un grande valore simbolico, per tale motivo sin dall'antichità distruggere le opere significava distruggere un'identità culturale. Numerosi sono gli episodi in cui la popolazione per ribellione abbatte statue viste come simbolo di oppressione ed ancora oggi nel 2020 si vedono azioni degradanti verso le nostre opere d'arte.

Uno degli ultimi imbrattamenti ha visto come vittima il muro di Kentridge sul Lungotevere a Roma. A questo punto pare lecito chiedersi se meritiamo il lascito che queste persone, rischiando la vita, ci hanno regalato.

Gaia Ferretti

Sono davvero queste le nostre origini?

Dalle origini liguro-etrusche del I secolo a.C. all'apparente sottomissione alla Repubblica di Lucca nella fine del XIII secolo; dalla conquista Romana ad opera di Cesare nel 56 a.C. sugli Apuani, all'annessione alla provincia di Massa Carrara intorno alla fine del 1800.

Queste, le tappe fondamentali della nostra storia comunale, che in un certo senso riescono a creare una sorta di linearità, un percorso temporale che va a braccetto con la storia proposta sui manuali scolastici: un popolo di origine (i Liguri, a cui si affiancarono gli Etruschi), l'invasione Romana (in questo caso operata da Cesare), l'annessione da parte di Repubbliche amministrative o Ducati (ossia la Repubblica di Lucca), e l'inglobazione all'interno di una provincia, che oggi non risulta più essere quella di Massa-Carrara, ma di Lucca.
Siamo tutti d'accordo sull'accettare queste come le nostre effettive origini, da pastori dell'epoca romana a feudi dalla larga autonomia e potere decisionale, in quel periodo che vide Lucca dominare nei nostri territori (e che mai riuscì ad imporre su di noi il proprio pugno di ferro).
Ma se vi raccontassi un aneddoto, le cui fonti sono certe. E se potessimo smentire questa linearità storica, o anche solamente pensarlo, e perché no fantasticare su un diverso andamento degli eventi. Non sarebbe più avvincente?
Oggi voglio raccontarvi di Hasting e Bjorn Fianco di Ferro, che intorno alla seconda metà dell'800 raggiunsero le coste Toscane per saccheggiare i nostri territori. Un viaggio, il loro, che partì nell'855, e che li vide attraversare tutte le coste del Mar Mediterraneo: dallo stretto di Gibilterra, in cui giunsero nell'859 a bordo delle loro 62 "snekke" (imbarcazioni di piccole dimensioni adatte soprattutto a risalire i fiumi), al delta del Rodano, nell'860, per poi giungere nell'861 sul suolo "italiano" (tra virgolette, perché ricordiamo che l'unità d'Italia avverrà esattamente mille anni dopo) per compiere razzie, azione tipica della loro cultura.
Piuttosto sicure sono le fonti a cui abbiamo fatto riferimento, ossia gli Annales Bertiniani e la Translatio s. Filiberti di Ermentario, seppur poco esaustive.
Relativamente all’anno 860, negli Annales viene scritto che “i Danesi (Dani), i quali erano stati nella regione del Rodano, arrivano in Italia e catturano, saccheggiano e devastano Pisa e altre città”.
Altrettanto sintetico, ma meno specifico, è Ermentario nell’863, che nella Translatio scrive che i Vichinghi “[…] vanno oltre la Spagna, [e] il fiume Rodano, spopolano l’Italia”. Un accenno talmente vago che lascia supporre che Ermentario abbia ricavato la notizia da una trasmissione orale comune.
Queste due fonti possono essere integrate dalla più tarda "Vita Donati", un’anonima agiografia (letteratura relativa alla vita dei santi) dell'XI secolo dell’irlandese Donato, vescovo di Fiesole durante il IX secolo, nella quale viene riportato il saccheggio della città da parte dei predoni nordici che, tra le altre cose, comportarono la distruzione dei documenti relativi ai privilegi della chiesa di Fiesole (ma questa, è un'altra storia).
Possiamo quindi dedurre che, tra l'estate e l'autunno dell’861, i Vichinghi abbiano compiuto razzie e saccheggi per alcuni mesi, partendo da Pisa e risalendo fino a Fiesole, per poi riprendere il mare, presumibilmente dopo aver passato l’inverno a cavallo tra l'861 e l'862 nel loro campo base, la cui posizione, purtroppo, non è precisata nelle diverse fonti.
Ed è su questo punto, che la nostra fantasia deve sconfinare. E se il loro campo base fu organizzato nelle coste Carrarine e Massesi? E se avessero valicato le montagne per poi trovarsi di fronte alla sconfinata pianura Lucchese, da dove magari è partita questa grande razzia nelle zone Pisane e Fiesolane? E se quel campo base fosse poi diventato una colonia, la quale di fatto avrebbe sancito la loro effettiva influenza sul nostro popolo, che a stretto contatto si trovava con le zone Massesi?
Certo, il fantasticare non fa la storia, su questo siamo tutti d'accordo. Ma l'aver messo in discussione, anche solo per un attimo, le nostre origini... Non è affascinante? Gorfigliano, e in scala maggiore Minucciano, hanno davvero visto con i loro occhi i Norreni, quelli che le leggende descrivono come selvaggi giganti dalla forza spropositata e dall'eccessiva indole guerriera?
Sarebbe fantastico poter avere una risposta, la quale magari possa ribaltare tutte le concezioni che abbiamo di noi stessi, e perché no, permetterci di conoscere ancora più a fondo la nostra storia.
Perché se le cose fossero effettivamente andate in quel modo, la risposta a tanti interrogativi sta dietro l'angolo...

Giorgio Ferri

Un Gorfiglianese a Roma...


Visto che da tempo bramavo questo viaggio, nonostante la pandemia, sono partito in solitaria per visitare la città eterna: Roma. Contatto qualche amico, prenoto alloggio, mezzi pubblici, e via in direzione della capitale. Appena arrivato l'impatto è stato devastante: girando in taxi, vedere tutte quelle opere d'arte e architettoniche una accanto all'altra mi ha lasciato di stucco. Mi ha fatto sentire "piccolo", ma al contempo è scaturito in me un sentimento "d'invidia" nei confronti di chi queste ricchezze le vive ogni singolo giorno. Uno potrà pensare "ma sei un pazzo a partire da solo". Beh, se la tua meta è questa città puoi farlo benissimo. Le persone ti accolgono con grande gioia e ti trattano come se tu fossi un loro conoscente da tempo. Ho avuto la costante sensazione di essere a casa. Se avete un coetaneo che vive da queste parti non aspettate a contattarlo per fargli visita, perché vivere una giornata tipica del ragazzo romano è un'esperienza unica. Questa è una città in costante movimento, viva sia di giorno che di notte, ed è impossibile annoiarsi. L'esperienza che mi ha segnato di più è stata quella di un tour privato dei musei Vaticani e della cappella sistina. Non solo per aver avuto la possibilità di toccare con mano la magnificenza di queste opere, ma anche per il fatto di aver avuto una guida storica preparata e oggettiva. Non ha solamente narrato il solito trafiletto imparato a memoria su un libro, ha anche raccontato curiosità e fatti sociali accaduti nel corso della storia in chiave limpida e cristallina. Uno in particolare mi ha fatto riflettere: sappiamo tutti che nel corso della storia il clero non ha condotto una vita esemplare ed è stato protagonista di scandali e soprusi. Ebbene, se pur il pontefice attuale, più che intenzionato a riportare l'ordine all'interno del clero cercando di dare un buon esempio di vita ecclesiastica, questi scandali sono all'ordine del giorno in Vaticano. Uno dei tanti è il fatto che la maggior parte dei cardinali hanno molteplici relazioni sia etero che omosessuali, ed è solo un piccolo esempio. Essi però non vengono fatti trapelare al di fuori delle mura dello Stato Pontificio, vista la forte influenza che ha sulla stampa. Ed è proprio per questo che ho preso la decisione di scrivere queste righe e al tempo stesso di abbracciare questo progetto, perché è un diritto delle persone essere informate su cosa accade nel mondo in maniera oggettiva. Concludo dicendovi che questo crocevia sociale e culturale mi ha cresciuto sotto molti aspetti e mi ha regalato un'esperienza che porterò con me per tutta la vita. Quindi cari lettori, l'unica cosa che mi sento di dirvi è questa: se state pensando ad un viaggio, che sia in solitaria, con gli amici, con la famiglia o con la vostra ragazza, non ci sono dubbi, Roma è la metà giusta!

Mattia Ferri