"Il suo nome sarà Ermes, come il messaggero degli dei greci, il cui compito era quello di riportare le notizie con minuziosa particolarità e totale chiarezza. Ed è ciò che noi, di questa nuova redazione, ci prefiggiamo di fare..."
Caterina che sposò la libertà
La capra bianca delle fate (Normanna Albertini)
Inutile girarci attorno, questa volta abbiamo fatto "il botto": Normanna Albertini, una delle migliori scrittrici contemporanee italiane, ha accettato il nostro invito nel pubblicare qualche suo scritto sul nostro Ermes. Naturalmente questa è una notizia che ci fa fare un passo in avanti come qualità, serietà e costruzione verso quel giornale che avevamo promesso di realizzare. Eh sì, siamo davvero orgogliosi di ospitare personaggi di questo calibro tra le nostre pagine. Adesso gustatevi questo fantastico racconto; signore e signori, ed ecco a voi Normanna Albertini.
La redazione
LA CAPRA BIANCA DELLE FATE
Le fate vestono di bianco e hanno bisogno dell’acqua corrente per lavare ogni giorno i loro panni, perciò, di solito, vivono nei pressi di un fosso, dove un tempo c’erano i mulini. Le fate sono incorporee; si nascondono nelle grotte e capita di scorgerle danzare sulla cima delle alture, anche lassù sul Ventasso, e paiono nuvole. Lassù, possono viverci soltanto i falchi, le poiane, le aquile. Potrebbero anche salirci le capre. Lassù, si è inerpicato Umberto, appassionato di fotografia naturalistica, con l’amico Marco, con Giovanni, bravo reporter, con Roberto, Bruno e altri. Tutti alla ricerca di un animale diventato leggenda, quasi uscito da una fiaba. Tutti stregati da questa speciale creatura. Nemmeno i caprioli e i lupi osano arrampicarsi su quelle “grotte” (ripe scoscese), solo le capre potrebbero abitarci. E le fate. D’altra parte, lo scrittore Carlo Lorenzini sapeva bene che le fate possono trasformarsi in caprette. È lei, la fata dai capelli turchini a regalare al Grillo Parlante la casetta dove poi si riparano Pinocchio e Geppetto fuggiti dal ventre del Pescecane. Carlo Lorenzini nacque a Collodi, in quella Toscana non lontana dalla valle del Serchio abitata dalle fate e da altre fiabesche creature. Sapeva delle fate, Lorenzini, forse pure di quelle che si trasformano in capre. Le fate vivono anche qui, sull’Appennino reggiano: “in t’el fade”, su uno dei versanti del Monte Ventasso, e in altri luoghi. Dalle rocce di “in t’el fade”, sopra Busana, scende il rio Riccò, dove un tempo c’era un mulino e dove oggi c’è un agriturismo: quello del signor Vincenzo. Da queste parti sono state ritrovate misteriose pietre incise e del ritrovamento ci dà notizia “Mingh”,Domenico, altro componente del gruppo di ricerca della capra. Anni fa, il padre di Vincenzo, Sergio, era a caccia e, sedendosi, notò una grossa pietra con delle incisioni. Più avanti, anche “Mingh”, s’imbattè in quel sasso, così ne parlò con la studiosa e storica Rosi Manari, la quale contattò il linguista Adolfo Zavaroni. Questi, analizzò e decifrò i graffiti, attribuendoli ai Liguri Friniati che permasero sulle nostre montagne fino al 100 a.C circa. Zavaroni afferma che un’iscrizione trovata al centro del Frignano, testimonia che gli antichi Friniati chiamassero se stessi Umbri, sebbene Tito Livio li avesse definiti Ligures. Altre scritte in grafìa e lingua friniate sono state rinvenute dallo stesso linguista sul Monte Valestra e sotto la Pietra di Bismantova. Per diversi studiosi, comunque, le ipotesi di Zavaroni sono soltanto fantarcheologia e non credono alla sua “lettura”, per esempio a ciò che “vede” in un’incisione “…due profili che si fronteggiano toccandosi, probabilmente di due divinità, una più anziana e una più giovane, anche questi simboli riconducibili al tema della dualità e della ciclicità. ”Cosa c’entra tutto questo con le fate e con le capre? E con l’animale cercato da Umberto? Forse nulla, forse si tratta soltanto di casuali sincronismi, ma vediamo un po’…L’animale ormai leggendario che il nostro, con gli amici, ha cercato e trovato “in t’el fade” è proprio un’eroica capra bianca. In ambito umano, la bestiola verrebbe definita ‘pecora nera’, perché ha rivendicato la sua libertà fuggendo dal ‘padrone’, proprio da quell’agriturismo dove prima c’era il mulino e dove, forse, le fate di un tempo lavavano e stendevano i panni. “Paradossalmente, però”, dice Umberto, “si può essere pecore nere senza essere pecore, dato che lei è una capra, e senza essere nere, poiché è bianca. È l’icona della pecora nera, ma nell’aspetto è il suo contrario.” L’aveva comprata, il signor Vincenzo, insieme ad altre quattro capre, circa dieci anni fa, per tenere pulite le coste più ripide. Poi, un giorno, un cane randagio aveva fatto irruzione fra di loro. Le capre erano fuggite: quattro in una direzione mentre lei, quella bianca, si era gettata in una corsa a perdifiato verso Cervarezza. Il padrone l’aveva cercata, finché gli erano giunte strane voci… Una capretta bianca compariva –quasi una fata - sulle “grotte” del Ventasso sovrastanti Busana.
E lassù è rimasta fino ad oggi, rifugiandosi in inverno sopra l’abitato di Nismozza, sul fianco del monte dal microclima meno rigido e meno battuto dal vento. Leggenda vuole che la bestiola abbia frequentato i mufloni, abitanti selvatici di quei luoghi. “I mufloni”, spiega Umberto, “hanno una vista acutissima, paragonabile a quella di noi uomini se guardassimo dentro a un cannocchiale da otto ingrandimenti. Certamente, però, i lupi li predano, mala nostra capra l’ha sempre fatta franca: abita questo ambiente scosceso, difficilmente raggiungibile dai lupi, dove io faticavo a stare ritto da fermo. ”Strani aneddoti si raccontano su di lei; per esempio, alcuni cacciatori in appostamento l’avrebbero vista con i cinghiali. Anche “Mingh” l’ha vista avvicinarsi stizzita ai cinghiali che pasturavano sull’erba - da lei ritenuta sua - sollevare e battere gli zoccoli anteriori a terra, come fanno anche gli stambecchi, con l’intento di cacciarli. Nonostante un’enorme scrofa l’avesse inseguita, la capretta era poi tornata a cercare di mandarli via. Anche Bruno l’ha vista puntare i piedi contro i grossi suini, per poi salire a rifugiarsi più su, vicino a quella che lui definisce “Porta del diavolo”. “In t’el fade” è diventato la sua casa, proprio lì, dove le pietre incise testimoniano i culti pre-romani, liguri, dell’acqua e delle cime. Per dire di quanto l’associazione pietre incise e fate sia diffusa, c’è un “santuario” simile in provincia di Savona, sul monte Beigua, in località “Le Faie” (le fate).Disegni di corna, residui del culto di divinità animali, sono in altre incisioni, in Lunigiana e Garfagnana. Qualcuno, poi, ritiene che il dio pagano celtico Cenrunnos, raffigurato con palchi di cervo, in realtà fosse un “dio cornuto” più simile a una capra. L'uso di elmi da guerra ornati di corna trova riscontro anche presso i Liguri. Le capre hanno le corna, si dice abbiano la vista di un falco e sanno arrampicarsi sulle “grotte”, dove campano senza problemi e, se vogliono, senza padroni. Le capre bianche hanno una qualità in più: come altri animali chiari, venivano sacrificate agli dei del cielo, mentre gli animali scuri agli dei dell’oltretomba. Può darsi, allora, che le fate vestite di bianco fossero le druidesse che presiedevano a quegli antichi riti… vestali poi cancellate dall’occupazione romana e, più tardi, dai culti cristiani, ma rimaste nell’immaginario folklorico e nella toponomastica delle località. Può darsi che quei luoghi (come il “ballatoio delle fate” dalle parti di Montemiscoso) fossero gli spazi dove venivano accesi i fuochi per comunicare tra villaggi, pratica che forse si è conservata neifalò di fine carnevale di molte vallate. In ogni caso, le “fade” sono ovunque; a venti minuti in auto da Minerve, in Occitania (Francia), c'è, per esempio, l’affascinante Dolmen Des Fades. L'omonimia e l’affinità con le “fade” del nostro Appennino o con quelle della Lessinia veronese è veramente sorprendente. Nelle grotte di Sillano, di là dal crinale, si racconta che ci fossero le fate; chi provava ad entrarci veniva preso a bastonate. Erano belle, vestite di bianco e se ne stavano là a filare, senza uscire mai. Sempre in Garfagnana, a Vagli di sotto, i vecchi testimoniano che “la grotta delle fate” era abitata da fanciulle bellissime, che cantavano e ballavano abbigliate di bianco e azzurro. Si narra che,durante la guerra, lì si fossero rifugiati i partigiani e che le stesse fate li avessero salvati dai tedeschi. Tornando al professor Zavaroni, in una sua pubblicazione dice: “Plutarco, nella Vita di Gaio Mario racconta che quando gli Ambrones iniziarono ad urlare il proprio etnico “Ambrones !”, i Liguri, ingaggiati nell’esercito romano, risposero gridando lo stesso nome, che – dicevano – era anche la loro ancestrale denominazione”, e continua, il professore: “Semplice e plausibile mi sembra l’attribuire a Umbri (sing. Umber), la radice di lat. umber, -bri ‘incrocio di capra e pecora’-‘caprone, pecorone’. Sono incline a supporre che un italico Ombros fosse il nome di un divino mitico progenitore collegato al germanico ‘doppio, duplice’, con allusione al principio ‘vita-morte’,‘bene-male. Tale funzione era svolta da tutti gli dèi con le corna: Dioniso, Pan, Fauno, il Mercurio gallico avente l’epiteto Gebrinus, ‘Caprino’ e raffigurato con un ariete su un monumento trovato a Bonn.”
Umberto, intanto, continua, irriducibile, a seguire l’altrettanto irriducibile capra ‘pecora nera’, un po’ fata, un po’ dea dei boschi, armato di macchina fotografica e teleobiettivi. A tale scopo, aveva posizionato diverse foto-trappole dalle parti delle “grotte”, con la speranza di fermarne l’immagine. Difficile, troppo furba, lei, eppure, alla fine c’è riuscito. Ora commenta: “Ogni volta che, nella vita, in qualsiasi campo - che sia poesia, musica, cultura o altro - credete di trovarvi di fronte a una “pecora nera”, consideratela con attenzione, poiché forse, al di là dell’apparenza e dell’inconscio pregiudizio, individuerete anche lì le fattezze e l’anima di una capra/fata bianca.” Come non ricordare, a tal proposito, le capre violiniste dei dipinti di Chagall? Figurazioni della tradizione ebraica, in cui l’animale è simbolo di protezione e del focolare domestico. Emozione e dono forse inaspettato è ciò che Umberto sta vivendo con gli amici della capra/fata, amici che vuole ringraziare: “Dedico al mio amico “Marcone” (all'anagrafe Marco Campari) questa favola per grandi e per piccini. La storia della Fata Bianca che, da almeno dieci anni vive, (poichè sa viverci) in Ventasso dove, appunto, vivono le fate. È ostinata almeno quanto te, Marcone, che tuttora persisti a tenere la tua famiglia aggrappata alle “grotte” di Valbona, senza ancora deciderti a lasciare la presa e scendere a valle, dove tutto è più a portata di mano. Tu per me, sei l’emblema della montagna che resiste. Forse è questo il motivo per cui ti sei innamorato della capra: perchè entrambi sapete esistere/resistere lassù, dove non conviene. Per questo ti ringrazio. Tu, che ti svegli di sera per fare il fornaio e il mattino seguente vai a inerpicarti a Riccò o a Nismozza, in cerca della nostra fata. Nostra: di Angela, di Bruno, di “Mingh”, Nostra: di Sergio, di Vincenzo e di Moreno... Nostra: di Giovanni, di Roberto e mia... Ma tua, più di chiunque altro! Perchè io credevo di essere il regista di questa narrazione ma, poi, piano piano, mi sono sentito esautorato dalla tua passione per questa favola... Una passione che ha superato anche la mia...È grazie a te se noi siamo ancora qui ‘in t’el fade’ a dire ‘c’era una volta’, per una volta ancora...”Noi, nel frattempo, aspettiamo ulteriori sviluppi della ricerca di Umberto e dei suoi amici, ma ormai sappiamo che “sopra le grotte la capra (fata) campa.”
PETROV, la lirica che vince a Grosseto approda su Ermes.
Eh sì, lo avevamo promesso: "Ermes sarà spazio culturale importante". Oggi facciamo gli straordinari pubblicando più di un articolo e siamo ben lieti di servirvi un capolavoro assoluto: "Petrov". Una lirica con la quale, Andrea Campoli, ha vinto il concorso al "Festival Resistente" di Grosseto. Tutti conosciamo Andrea Campoli, illustre scrittore garfagnino, ed è per noi di Ermes un grandissimo orgoglio averlo tra le nostre righe di questo giornale...
Petrov
Non credo conoscesse Garfagnana
Personaggio alto spessore umanitario
A malapena forse conosceva Toscana
Benefattore nostro di tipo sanitario
Ecco sua storia Tenente Colonnello
Grado ricoperto in Esercito Russo
Stanislav Petrov piccolo grande granello
Procedura imperfetta protagonista discusso
Notte del ventisei settembre ottantatre
Bunker militare protetto Mosca vicinanze
Mostro di Firenze notizie storiche psichiatre
Scudo spaziale guerra fredda da noi risonanze
Non di politica parlare voglio
America o Russia netti schieramenti
Uomo stava cadendo in doloroso imbroglio
Intelligenza intuito evitarono cambiamenti
Bunker segreto con pc monitor militari
Oko sistema allarme massima attenzione
Qualche chiacchiera occhio a radar e fari
Malore ufficiale qualche apprensione
A casa sostituito da Petrov colonnello
Cose non accadono mai per caso
Suona allarme visiona pannello
Tripudio di sirene lampi rossi invaso
Missile nucleare americano dal Montana
Indirizzato verso territorio sovietico
Caos generale a Stanislav suona campana
Missile solo insinua dubbio amletico
Nessuna potenza oserebbe tanto
Sistema del tempo qualche lacuna
Malfunzionamento segnalato impianto
Falso allarme speriamo in fortuna
Sospiri di sollievo pacche su spalle
Minuti dopo di nuovo allarme
Sirene lacerano orecchi no altre falle
Secondo terzo quarto quinto inserisce tarme
Venti minuti dopo impatto imminente
Sarebbe cominciata vera guerra atomica
Respira a fatica riflette Stanislav previdente
Occhi puntati su lui in scena non comica
Procedura implica superiori avvertenza
A loro volta comunicano al vertice
Pigiando bottone missili in sequenza
Mondiale guerra nucleare in vortice
Impiegati del bunker aspettano inevitabile
Nessuno oserebbe discutere ordini
Stanislav Petrov soldato analista abile
Pensa e ripensa prima creare disordini
Allarmi non convincono colonnello tenente
Testa pensante non come pilota caccia
Errore Boing sudcoreano nel cielo attinente
Abbattuto dopo aver visto passeggeri in faccia
Maggiore pilota Osipovich non fece piega
Si rese conto non disse niente a nessuno
Dissemina morte di niente e alcuno gli frega
Eroe nazionale per militare qualcuno
Pochi minuti mancanti inizio rappresaglia
Troppo pochi missili per inizio guerra
Non attacco vero ma errore vaglia
Prende telefono falso allarme salvando terra
Passano ventitre minuti più lunghi di vita
Pensieri e paure s’accavallano in testa
Impiegati del buncher non muovono dita
Trascorso lunghissimo tempo scoppia festa
Falso allarme scoperto giorni successivi
Rara congiunzione Oko terra sole
Figura inefficiente vertici rispettivi
Boccone amaro di traverso in gole
Neanche parlarne riconoscimento ufficiale
Arrivò invece richiamo al dovere
Non per aver disobbedito ordine formale
Non potevano condannare umano alfiere
Compilazione scorretta registri serata
Tenente colonnello Petrov negata carriera
Messo a riposo in pensione anticipata
Dieci anni silenzio storia in barriera
Giornalista inglese scopre l’arcano
Intervista Stanislav su intera vicenda
Esce notizia russi temono baccano
Di onorificenza mancata fare ammenda
Nobel per pace da nessuno proposto
Troppi interessi da mettere in piazza
Meglio tenere l’antefatto nascosto
Storia pubblica potenze imbarazza
Uno degli ultimi partigiani umanitari
Disobbedito ordini militare pensante
Salvato milioni vite di mondo affittuari
Non dato seguito bugiardo quadrante
Stanislav Petrov se né andato via
Morto nell’indifferenza generale
Non sarei qui raccontar far la spia
Non pensato corretto in modo normale.
Andrea Campoli
Radio Margherita: tornerà o non tornerà?
Annunciando il futuro progetto di aprire una radio dal nome "Radio Margherita", abbiamo avuto un grandissimo riscontro positivo dal popolo gorfiglianese e non solo. Siamo rimasti veramente spiazzati da questa reazione, tant'è che il nostro progetto avrà un'evoluzione. Partiti con l'idea di realizzare il solito "minestrone" web, adesso il nostro orizzonte sarà sicuramente diverso: l' FM.
Non sarà facile, la burocrazia è 100mila volte più difficoltosa, gli strumenti saranno 100mila volte più costosi, però è quello che si merita la nostra radio. Dall'annuncio di una nuova apertura di "Radio Margherita", dopo quasi 50 anni, l'intero paese è "impazzito". Abbiamo ricevuto solidarietà in maniera esponenziale, inaspettata. Naturalmente se riesci a portare un gorfiglianese a ritroso nel tempo questo si farà in quattro per realizzare tale progetto.
Abbiamo avuto sostegno da chi quella "vecchia" radio l'ha fatta, realizzata. Da chi, sicuramente verrà "arruolato" nel creare una propria trasmissione. Sarà fantastico, perchè saremo una radio a tutti gli effetti.
Siamo fatti così, dopo il giornale (Ermes), vogliamo entrare nelle vostre vite con una nuova radio... e chissà, se tutto va come deve andare anche una televisione.
Aprire nuovamente Radio Margherita vorrà dire dare voce a Gorfigliano, al comune di Minucciano, alla Garfagnana, alla Toscana, all'Italia, alla musica nazionale e internazionale; sarà la portavoce del nostro territorio: stupendo, fantastico meraviglioso. L'importante è che sia una radio LIBERA!
Davvero, non possiamo dirvi di più, quello che vi promettiamo è di tenervi informati negli sviluppi della situazione; al momento siamo sulla buona strada.
Radio Margherita tornerà!
Alessandro Ferri
Radio Music Lab, la radio anni '80!
-Sai che cos'è Radio Music Lab?
-Ne ho sentito parlare ma precisamente non so davvero che cosa sia...
Ma dai ragazzi, davvero non si può non conoscere la migliore web radio italiana, una sorta di casa dove ti puoi solamente trovare a tuo agio. Musica di qualsiasi genere, speaker di alto livello, argomenti interessanti e programmi da vera radio nazionale. Il tutto è nato ufficialmente nell'aprile del 2019, dove per la prima volta il web ha dato voce a questa fantastica avventura. Una radio che spazia a 360°: cultura (quella è venuta un po' meno nell'ultimo periodo; sì perché bisogna essere anche un pò critici quando serve), notizie, sport, trash, e molta, molta musica. Un servizio che ogni giorno sta acquistando sempre più spazio nella nostra zona. Ricordate le partite del calcio garfagnino raccontate dal Tatone, De Comiti, Attilio Rocchiccioli su Radio Nord Garfagnana? Ecco, loro sono sempre lì, insieme ad altri giovani competenti che ci raccontano le sorti delle nostre squadre. Radio Music lab è davvero tanta roba. Naturalmente una radio amatoriale, ma che trova al suo interno anche un minimo di professionalità. Speaker che ricordano gli anni '80 (un po' datati) ma che tutto sommato sono piacevolissimi da ascoltare. Il tutto è ospitato a titolo gratuito da Verdeazzurro, un'associazione che ha messo a disposizione questo importantissimo spazio. Radio Music Lab nasce una sera qualsiasi dall'idea delle menti geniali di Morris, Andrea Canini, Alessandro, Lorenzo Busti e che trova immeditamente l'appoggio di uno degli uomini più preparati culturalmente della Garfagnana e tutta la lucchesia: Carlos Alfredo Bartolomei.
Davvero ragazzi, questa è una radio, come già detto anni '80, ma con tanta qualità. Allora, non vi resta che scaricare l'app gratuita Radio Music Lab dal vostro store e ascoltare con attenzione.
Alessandro Ferri
Monuments Men
La guerra ha sempre prodotto tante perdite e distruzioni, ma è riuscita anche a instaurare negli uomini più colti una grande coscienza di salvaguardia del patrimonio culturale.
Sono passati alla storia con il nome di Monuments Men i trecentocinquanta coraggiosi che durante la Seconda Guerra Mondiale sono riusciti a mettere in salvo numerose opere d'arte dal valore inestimabile. È grazie a loro se oggi possiamo ammirare grandi capolavori come: "La Dama con l'Ermellino" di Leonardo da Vinci, "La Madonna di Bruges" di Michelangelo e molte altre.
I Monuments Men, di origine americana, non tardano il loro arrivo anche in Italia i cui maggiori esponenti sono Pasquale Rotondi e il pisano Rodolfo Sivieri.
La potenza tedesca ha da sempre invidiato il grande patrimonio artistico italiano; per tale motivo Hitler decise di istituire il kunstschutz. Questo movimento era stato posto a tutela delle opere d'arte italiane dalla distruzione della guerra, ma in realtà il suo scopo era quello di trafugarne il maggior numero possibile dalla penisola italiana a Berlino.
L'operato di queste grandi persone ha messo in luce l'importanza della tutela dell'arte e porterà in pochi anni alla Convenzione dell'Aja, durante la quale i paesi europei si riuniscono per scrivere le norme di diritto internazionale mirate alla salvaguardia del patrimonio culturale in caso di un nuovo conflitto armato.
Questa confluì poi nella Convenzione di Parigi che tutela le opere d'arte vietandone il furto e la distribuzione. Alla luce di questo grande lavoro ci paiono sempre più riprovevoli le azioni di disprezzo verso i numerosi beni culturali. L'arte ha sempre avuto un grande valore simbolico, per tale motivo sin dall'antichità distruggere le opere significava distruggere un'identità culturale. Numerosi sono gli episodi in cui la popolazione per ribellione abbatte statue viste come simbolo di oppressione ed ancora oggi nel 2020 si vedono azioni degradanti verso le nostre opere d'arte.
Uno degli ultimi imbrattamenti ha visto come vittima il muro di Kentridge sul Lungotevere a Roma. A questo punto pare lecito chiedersi se meritiamo il lascito che queste persone, rischiando la vita, ci hanno regalato.
Gaia Ferretti